Seconda parte – è possibile partecipare anche se non si è seguito la prima

Ven. Ghesce Tenzin Tenphel

Sabato 30 marzo dalle ore 16.00 alle ore 18.00

Domenica 31 marzo dalle ore 10.30 alle 12.30 e dalle 14.00 alle 16.00

L’Addestramento Mentale in Sette Punti è stato portato in Tibet da Atisha e scritto da Ghesce Chekawa (1102-1176), che formulò la tradizionale dottrina chiamata dei « Sette punti» in cui vengono insegnati: i preliminari e l’addestramento alla Bodhicitta, come trasformare le circostanze avverse in favorevoli, come comprendere i criteri per trasformare la mente e i consigli per l’esecuzione di questa pratica. 

Questa pratica si rivela particolarmente adatta a chi viva una vita attiva e impegnata. Non chiede al praticante di ritirarsi in un eremo, ma piuttosto di riesaminare tutti i suoi rapporti con gli altri, e di trasformare gradualmente le sue reazioni alle varie circostanze della vita. Le conoscenze della fisica consentono di rivelare interessanti paralleli tra l’interpretazione dell’universo della filosofia madhyamika e le scoperte più recenti della scienza moderna. Il mondo del tempo e dello spazio assoluti sperimentato dai sensi è oggi considerato dalla fisica pura illusione, e ciò non può non ricordare la definizione della realtà data dal Buddha: un’illusione.

Gheshe Chekawa volle ricordare a tutti i discepoli che per avanzare nel cammino spirituale, è necessario far decadere i modelli abituali di comportamento e le abitudini, piantare i semi della pietà e consolidare il relativo sviluppo della bodhicitta. Per fare ciò è essenziale la pratica della pazienza, l’aspirazione, la percezione della vacuità, la compassione, la benevolenza e il gioire dei propri e altrui meriti. In questi insegnamenti è anche compresa la pratica del «prendere e dare» (tong.len in tibetano), una tecnica specifica per creare mentalmente uno scambio della propria esperienza con quella degli altri, un semplice metodo che piano piano trasporta questa intenzione in tutte le funzioni della propria vita. Seguire questo addestramento, è detto nei testi, equivale a sfregare insieme due bastoni per accendere il fuoco: un bastone corrisponde alle prospettive e alla disciplina dell’addestramento mentale, l’altro corrisponde alle proiezioni e alla dinamica delle abitudini. La pratica genererà l’attrito necessario affinché si produca la combustione.

Questo insegnamento è adatto a tutti, sia a chi si affaccia per la prima volta agli insegnamenti Buddhisti ed è di grande utilità anche per chi ha già svolto studi più avanzati, come gli studenti di “ABC del Buddhismo e della meditazione”, ‘Alla Scoperta del Buddhismo” e del “Basic Program”.

Ghesce Tenzin Tenphel è nato nel 1956 in Tibet, nel Domo, una regione vicina al Sikkim, da una famiglia di agricoltori e nomadi. Nel 1959, dopo l’invasione cinese del Tibet, fugge con la famiglia dapprima in Sikkim e, nel 1960, nell’India del Sud.

A nove anni diventa monaco e fino ai diciassette frequenta una scuola pubblica, utilizzando le vacanze scolastiche per memorizzare i testi classici della filosofia buddhista.

A diciassette anni entra nell’università monastica di Sera-je, dove studia ventuno anni e accede al titolo di Ghesce Lharampa (il più alto riconoscimento negli studi classici delle università monastiche tibetane). Nel 1994 riceve l’ordinazione monastica completa e si reca per un anno al monastero tantrico del Gyuto, per completare la sua formazione.

Tra il 1995 e il 1996 Ghesce Tenzin Tenphel viaggia con altri monaci in Europa, negli Stati Uniti e nel Canada, dove da insegnamenti. Dal 1998 è Ghesce residente dell’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia ove da abitualmente insegnamenti e, dal 1988, collabora alle diverse edizioni del Masters Program, il più elevato corso di sei anni di studio di testi buddhisti in occidente. Ghesce Tenphel si reca periodicamente nei vari centri italiani per insegnare sia i Sutra che i Tantra.

Ghesce Tenzin Tenphel è molto apprezzato tra gli occidentali per la sua chiarezza espositiva, laradiante serenità e l’esplosivo senso dell’umorismo

“Sono nato in Tibet nel 1956, su una montagna nella regione orientale dell’Amdo. Dove passa la catena dell’Himalaya. Del Tibet ricordo solo il mio piccolo cane. Avevo tre anni quando sono scappato insieme ai miei genitori”, racconta Ghesce Tenzin Tenphel. “Nel 1959 – quando i tibetani si ribellarono in modo non violento contro gli invasori cinesi e questi ultimi reagirono uccidendo in pochi mesi migliaia di persone – fuggii con la mia famiglia nel sud dell’India, dove sono cresciuto”. Tenzin Tenphel e i genitori hanno camminato per giorni in mezzo alla neve. Hanno percorso il passo del Kanchenzonga a cinque mila e cinquecento metri di altitudine e le foreste di rododendri a quattro e tre mila metri. Poi hanno attraversato il fiume che scende verso lo stato indiano del Sikkim, alla ricerca di un villaggio. L’hanno trovato solo a due mila metri: poche case e un gompa, il tempio buddhista. Da qui per raggiungere la capitale del Sikkim, Gangtok, ci vogliono almeno 24 ore di strada sterrata. Dal Tibet, quello stesso anno, scapparono 85mila profughi. “Niente è cambiato in Tibet dal ’59. La comunità non è in grado di intervenire. Alcuni monaci sono tuttora in carcere o condannati a morte”.

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